Se la coppia non fosse più l’unica infrastruttura dell’intimità? E se il futuro della vecchiaia passasse da una pluralità di legami, meno obbligati e più liberi? Le formule esistono già, non resta che scegliere. Le chosen family, le famiglie d’elezione, sono un’espressione coniata dall’antropologa americana Kath Weston studiando le persone LGBTQIA che, escluse dalle famiglie d’origine, costruivano reti affettive alternative.

Il co-buying consiste nel comprare casa con un amico o un gruppo di amici; il cohousing intergenerazionale mette sotto lo stesso tetto persone di età diverse. E poi ci sono le Golden Girls: donne avanti negli anni che scelgono di vivere insieme, dividendo affitto e quotidianità. Fino ai doorbell friends, gli amici che possono suonare alla tua porta in qualsiasi momento, senza bisogno di fissare un appuntamento. Tutto molto easy, alternativo, peace and love, se piace il genere.

Famiglia d’elezione, senza rigidità

Non è soltanto una questione immobiliare ma un tentativo di immaginare relazioni capaci di accompagnarci lungo la vita, compresa quella stagione in cui potremmo aver bisogno di qualcuno che ci accompagni dal medico, ci porti la spesa o si accorga che non usciamo di casa da giorni. Perché avere centinaia di contatti in rubrica non significa sapere a chi telefonare quando stiamo male. Ma queste nuove famiglie sono davvero una conquista di libertà o il sintomo di una società che ci lascia soli, fa spallucce ai nostri bisogni e ci invita a risolvere il problema privatamente? Ne parliamo con Francesco Ferreri, antropologo e consulente sessuale, che invita a mettere in discussione un totem della nostra cultura: la coppia come punto d’arrivo naturale delle relazioni.

Le domande che non ci facciamo più

«La coppia è chiaramente un’abitudine culturale. La cosa molto triste, a mio avviso, è che ci è proprio stata venduta come “destino”», esordisce. E quando un’abitudine viene scambiata per destino, smettiamo persino di interrogarci. «Vendere il concetto di coppia come un “naturale” punto di arrivo significa che, culturalmente, noi ci siamo tolti la domanda. Ovvero: ma io come voglio stare in una relazione? Come voglio amare?». Domande alle quali siamo poco allenati a rispondere. Siamo cresciuti dentro una sceneggiatura sentimentale che prevede l’incontro, l’innamoramento, la coppia, possibilmente la casa con il mutuo, i figli. Tutto il resto pare deviazione, soluzione provvisoria o, peggio, il risultato di un fallimento.

Contro la solitudine, famiglia d’elezione

Eppure, osserva Ferreri, non è affatto detto che il modello tradizionale sia un salvavita. «Davvero quell’unico modello di famiglia risolveva tutti i nostri problemi?». Il divorzio e le trasformazioni familiari, sostiene, non hanno semplicemente distrutto un ordine perfetto: «La riforma sulla famiglia e il divorzio hanno solo introdotto modelli diversi di stare». E hanno permesso di scoprire che, quando poniamo domande specifiche, le risposte possono sorprenderci. «Hai promesso amore eterno a questa persona, ma oggi, dopo 7 anni, lo ami ancora? Risposta: no».

Una risposta meno dolorosa di una vita trascorsa a interpretare una parte perché sul copione c’è scritto così. Il problema è che la libertà relazionale non cancella la solitudine, viviamo in una società in cui gli spazi di aggregazione accessibili e gratuiti diminuiscono e il digitale promette vicinanza senza garantirla. «Questi sono tutti problemi di sistema che dovrebbero essere affrontati in modo sistemico», sottolinea Ferreri: «La nostra solitudine è una nostra responsabilità. Perché la solitudine si abbatte con la prossimità e con la continuità tra persone, ovvero tramite le relazioni e le relazioni prevedono una volontà».

La costruzione di un amore

Le relazioni richiedono tempo, presenza, iniziativa. E la capacità di chiedere aiuto, una competenza che forse non abbiamo mai davvero imparato. «Il fatto che prima le relazioni erano culturalmente indistruttibili perché non prevedevano la separazione o la scoraggiavano ci deve anche portare a chiedere che tipo di relazioni fossero», osserva Ferreri. Alcune saranno state solide e autentiche, altre meno. «Forse vale la pena di ammettere che non abbiamo mai realmente imparato a costruire le nostre relazioni, spariamo nel buio e speriamo che vada per il meglio».

La famiglia d’elezione e il coraggio di sperimentare

Ecco allora che queste formule non sono soluzioni di ripiego. Possono diventare modi consapevoli di costruire una rete di cura. «Non esiste un solo “come” nel modo in cui le relazioni si formano», dice Ferreri: «Le relazioni sono tutte diverse e anche il supporto che le persone possono darsi reciprocamente è sempre diverso». Per trasformare un legame affettivo in una forma concreta di mutuo aiuto serve «ingegno, ovvero la capacità di creare qualcosa di nuovo (e che quindi prima non c’era)».

Serve anche il coraggio di sperimentare: «Crederci abbastanza da provare qualcosa che oggi sembrerebbe “folle” e che invece tra un po’ sarà il gesto più ovvio di tutti». Naturalmente, non tutti partono dalle stesse condizioni. Avere una casa, denaro, buona salute e una rete sociale ampia rende più semplice il passo. Ferreri riconosce che «ogni decisione che possiamo prendere liberamente racchiude al suo interno una qualche forma di privilegio» ma invita a non aspettare che siano soltanto le riforme a renderci capaci di immaginare alternative: «È quindi fondamentale credere e potenziare la domanda “ma chi vuoi che siano le persone che ti accompagnano nella tua vita?”».

Famiglia tradizionale e imperfetta

Resta il rischio che queste reti diventino una risposta privata a un problema collettivo. Se lo Stato arretra, se i servizi mancano e la solitudine aumenta, non tocca agli amici sostituire il welfare: «Non possiamo negare che stiamo giocando, anche contro la nostra volontà ad un gioco patriarcale e capitalista che prevede forme di potere, gerarchie e denaro» ragiona Ferreri. Anche la nostalgia per la famiglia tradizionale merita qualche domanda in più. La solidarietà domestica è stata spesso reale, ma non sempre equamente distribuita. In Italia, ricorda Ferreri, le donne hanno mediamente due ore di tempo libero in meno rispetto agli uomini, perché la cura continua a essere delegata a loro.

Ritorno al “villaggio”

Il riferimento è anche a Bastava chiedere, il libro di Emma, che racconta il lavoro invisibile e il carico mentale femminile: «Se quella relazione prevede dei ruoli così performativi, allora è ancora amore?», si interroga. La risposta, ammette, non può essere sempre sì. Non stiamo inventando tutto da zero. «Assolutamente sì», risponde Ferreri quando gli chiediamo se le nuove convivenze non siano una riscoperta di pratiche comunitarie del passato.

Un tempo i bambini venivano cresciuti dal quartiere, i vicini conoscevano nomi e affari gli uni degli altri. Oggi quelle pratiche devono trovare una forma nuova, sostenibile e solida. È qui che si gioca la partita: imparare a non affidare a una sola persona il compito impossibile di essere amante, migliore amico, infermiere, compagno di viaggio e garante della nostra vecchiaia, perché nessun legame dovrebbe essere costretto a reggere da solo il peso di un’intera esistenza.