«Quando sfuggono al controllo, le emozioni possono rendere stupidi individui intelligenti». È una sintesi spiccia ma efficace – fatta dallo stesso autore – di un libro uscito 30 anni fa: Intelligenza emotiva. Un bestseller che ha rivoluzionato la psicologia contemporanea, perché l’intelligenza emotiva si innerva in ogni aspetto della vita e delle relazioni. A scriverlo, Daniel Goleman, 79 anni, psicologo, docente ad Harvard, conferenziere e saggista prolifico (molto sui suoi scritti e seminari si trova nella sua piattaforma formativa keystepmedia.com).

Daniel Goleman spiega che l’intelligenza emotiva è composta di 4 parti

Abbiamo fatto una chiacchierata via Zoom con lui in occasione dell’uscita in Italia di Perché meditare (Rizzoli), un libro cofirmato con la sua guida spirituale Tsoknyi Rinpoche in cui l’approccio dello scienziato occidentale e del maestro buddhista tibetano si intrecciano in modo pragmatico e suggestivo. E ci consegnano un regalo prezioso in questi tempi così caotici: ovvero, come recita il sottotitolo, 7 pratiche per ritrovare la calma mentale.

Il nuovo libro di Daniel Goleman e Tsoknyi Rinpoche Perché meditare (Rizzoli)

Professore, partiamo dal Big Bang dei suoi studi: cos’è l’intelligenza emotiva?

«Possiamo suddividerla in 4 parti principali: avere consapevolezza delle proprie emozioni, saperle gestire bene, avere consapevolezza sociale, costruire relazioni efficaci. Io mi sono soffermato in modo particolare sulle competenze basate sull’intelligenza emotiva che, sul lavoro, distinguono i performer migliori da quelli nella media».

E quali sono?

«L’equilibrio emotivo, saper restare ottimisti qualunque cosa accada, essere adattabili, avere un’empatia profonda, che significa anche prendersi cura degli altri e non solo capirli».

Secondo Goleman l’intelligenza emotiva è più importante del quoziente intellettivo

Siamo cresciuti con l’idea che intelligenti e votate al successo fossero le persone con un alto Q.I..

«Essere intelligenti con le proprie emozioni non coincide con le capacità cognitive, che sono ciò che misura il Q.I. E il Q.I. non è predittivo del successo. C’è poi una differenza fondamentale: il Q.I. di un individuo non varia granché nel corso della sua vita, mentre ognuno di noi può migliorare la propria intelligenza emotiva».

È vero che l’intelligenza emotiva è più sviluppata nelle donne?

«Credo sia uno stereotipo ingiusto verso gli uomini. Le donne forse sono più brave a nominare le emozioni e a parlarne, ma tutti hanno emozioni. Nel mondo occidentale, e anche in Italia, gli uomini sono educati a non apparire emotivi. Ma non significa che non provino emozioni, solo che non ne parlano molto. Non ho esperienza diretta di tutte le culture, però esistono realtà, per esempio la Thailandia, dove uomini e donne sono aperti allo stesso modo sulle proprie emozioni».

E come la mettiamo ora con l’Intelligenza artificiale: scalzerà le “altre intelligenze”?

«L’Intelligenza artificiale è brillante dal punto di vista cognitivo, ma non ha emozioni. Può solo imitarle. Mi è capitato di parlare con una persona che testava l’IA come terapeuta. A un certo punto l’IA gli ha detto: “Quando avevo 20 anni, mi è successa una cosa del genere.” In altre parole, non si rendeva conto di non essere una persona. Non aveva una storia personale, aveva solo appreso dati da migliaia di pagine di trascrizioni, ma non conosceva i suoi limiti, non aveva autoconsapevolezza».

Nell’era dell’intelligenza artificiale serve più intelligenza emotiva

Quindi abbiamo bisogno di tanta intelligenza emotiva?

«Sì, e diventerà sempre più importante proprio a causa dell’IA: finché ci saranno esseri umani, ci saranno emozioni. Nei luoghi di lavoro capire come guidare le persone in base all’intelligenza emotiva sarà cruciale».

Che collegamento c’è tra intelligenza emotiva e meditazione?

«Come abbiamo detto prima, l’intelligenza emotiva è fatta della consapevolezza di sé e della capacità di gestire il proprio stato emotivo. La meditazione permette entrambe le cose: diventare più consapevoli di ciò che accade dentro di noi e riuscire a gestirlo bene. Insomma, ci mette in una condizione migliore per fare qualunque cosa, compreso lavorare. Questo non era il suo scopo originale nelle culture asiatiche dove è nata, ma oggi tante persone la praticano in Occidente per affrontare il crescente stress».

È provato dalla scienza che la meditazione migliora il benessere delle persone

In Perché meditare parla delle prove scientifiche del benessere connesso alla meditazione.

«Tanti studi hanno dimostrato che ha effetti positivi sul cuore, il respiro e il cervello e che rende le persone più calme, più concentrate, più lucide, meno inclini all’ansia e alle reazioni aggressive. La ricerca rivela anche che, sebbene chiunque possa essere preda di emozioni come la rabbia, in chi medita il tempo di recupero è più veloce: credo che questa sia la misura scientifica della resilienza che si ottiene meditando».

È un’attività che fa bene a qualunque età?

«Serve a tutti, a partire dai giovani che hanno un problema che i più anziani alla loro età non avevano: la distrazione continua causata dal cellulare. In America e nei Paesi sviluppati passano più tempo col telefono che con le persone, sono molto spaventati e solitari. È quindi importante per loro conoscere il proprio corpo, la mente e l’intelligenza emotiva. La meditazione aiuta a essere più tranquilli, più ricettivi e più intelligenti. E porta con sé un paradosso: si fa da soli, ma ti prepara a relazionarti meglio con gli altri».

Tutti possono iniziare a meditare e a qualunque età

Lei scrive che prima bisogna occuparsi di sé e poi degli altri. Perché?

«Se si è arrabbiati o nel panico, non si riuscirà a prendersi cura degli altri. Solo quando non siamo preda di emozioni negative, riusciamo a essere davvero empatici verso chi ci circonda. E questo ci rende felici: è dimostrato che in chi esercita compassione si attiva il circuito cerebrale per la felicità».

Nel libro ci sono tanti suggerimenti pratici. Cosa dire a chi vorrebbe iniziare a meditare, ma teme di non avere tempo e di essere troppo distratto da mille pensieri?

«Che si tratta di acquisire una nuova abitudine: imparare a concentrarsi. Una cosa non facile, ma oggi più che mai necessaria. All’inizio basta prendersi pochi minuti di stacco – a casa, sul lavoro – e farlo più volte al giorno. Per diventare atleti olimpici ci vogliono centinaia di ore di allenamento, così anche nella meditazione. Con la stessa garanzia: più si pratica, più si migliora».