Il 22 febbraio è il World Thinking Day, la giornata internazionale che da 100 anni esatti riunisce le Girl Guides e le Girl Scouts di tutto il mondo (Waggs). È una ricorrenza simbolica, che cade nel giorno del doppio compleanno di Robert Baden-Powell e della moglie Olave, figure fondative dello scoutismo globale. In Italia per festeggiare il primo secolo del World Thinking Day, alla guida del Cngei (Corpo nazionale giovani esploratori ed esploratrici italiani) l’associazione degli scout laici, c’è Filomena Grasso, 47 anni, insegnante napoletana di matematica e scienze, eletta presidente nel novembre 2024 per il triennio 2024-2027.
Filomena Grasso invita a riflettere sui valori dello scoutismo
«In origine la giornata serviva a raccogliere fondi per progetti dedicati alle ragazze e ancora oggi sosteniamo iniziative in Paesi dell’Africa e dell’Asia dove le bambine sono svantaggiate» racconta. «Ora il 22 febbraio è soprattutto un invito a riflettere sui valori dello scoutismo: cittadinanza attiva, amicizia tra i popoli, impegno per la pace».
Una donna alla guida del Cngei è una novità?
«È una novità relativa: ci sono stati due precedenti, a distanza di 20 anni, ma tradizionalmente i presidenti sono sempre stati uomini. In passato si credeva che leader maschi senza figli piccoli e con un lavoro flessibile fossero più adatti. Ma la società cambia e lo scoutismo con lei. La mia elezione nasce da lontano: dopo tanti anni di servizio a Napoli, per 5 anni sono stata Commissario internazionale Waggs, come ambasciatrice dell’Italia. Finché a un certo punto la mia visione dell’associazione, come soggetto che doveva prendere una posizione sull’attualità, è coincisa con quella degli altri».
Ha partecipato alla Marcia per la Pace ad Assisi

Voi scout laici siete andati alla Marcia per la Pace ad Assisi, avete fatto uno sciopero della fame per Gaza, mandato a 28 ambasciate straniere dei simbolici nodi per la pace. Come mai avete deciso di farvi sentire più che in passato?
«Non è più il momento di restare nel proprio perimetro. Lo scoutismo educa alla cittadinanza attiva: questo significa entrare in relazione con ciò che accade, non chiudersi in una bolla. Al contrario: è urgente entrare in connessione con il resto della società e mostrare con evidenza i nostri principi. A questo servono le iniziative pubbliche: a far parlare lo scoutismo non solo ai suoi membri, ma alla società intera».
Gli iscritti alla Cngei sono in aumento
Chi sono oggi gli scout Cngei?
«Più di 16.000 tesserati, tra giovani e adulti. Una grande percentuale abita nel Centro e Nord Italia, ma siamo ovunque tranne che in Val d’Aosta e in Molise, dove stiamo sviluppando dei piccoli gruppi. I numeri anno dopo anno ci danno in crescita: sempre più genitori, anche senza un passato da scout, scelgono la nostra proposta educativa. In alcune città abbiamo perfino liste d’attesa, perché non sempre abbiamo capi adulti a sufficienza. Però anche tra i più grandi notiamo un rinnovato interesse per l’impegno e per l’idea di fare la differenza».
Il volontariato è in crisi, mentre voi ricevete adesioni da ragazzi e adulti. Come se lo spiega?
«Credo che contino più fattori. Il nostro metodo autoeducativo permette ai ragazzi di sentirsi liberi di parlare di sé e l’ambiente è davvero accogliente verso tutte le forme di diversità: identità di genere, percorsi spirituali, sensibilità personali. Gli adulti, invece, trovano uno spazio di confronto tra pari, basato su valori condivisi. Le famiglie sono sempre più piccole e nei luoghi di lavoro è difficile creare relazioni profonde, nel volontariato, si impara a donare tempo e ascolto. E capita spesso che chi porta i figli alle attività poi resti: i genitori scoprono che quel tipo di impegno arricchisce la vita di significato e soddisfazione e decidono di mettersi in gioco in prima persona».
Gli scout portano ancora un’uniforme. Come viene accolta dai ragazzi in un mondo dominato dall’estetica dei social?
«La ricchezza dell’uniforme sta nel ridurre lo spazio della prestazione e dell’esibizione di sé e nel darne di più all’essenza di chi siamo. Dopo un piccolo sconcerto iniziale, ogni ragazzo trova il suo modo di indossarla. Ormai ci sono tante varianti: abbiamo anche una felpa verde con cappuccio, che piace molto, e capita che i ragazzi mettano i pantaloni larghi, quelli degli adulti, per avere un loro stile. Il senso dell’obbligo comunque è chiaro: qui siamo tutti uguali, a prescindere dalla scuola, dai viaggi, dal lavoro che si fa. Ecco perché la divisa è un simbolo che si indossa con orgoglio».
Nel corso degli anni avete notato un cambiamento nel modo in cui gli adolescenti vivono l’autorità dei capi?
«La magia dello scoutismo è che consente di autoeducarsi senza accorgersene. Chi è capo, più che dettare regole, accompagna i ragazzi a esprimersi e a scegliere, diventa il modello di adulto che si vuole accanto quando si cresce, perché risponde ai bisogni che, in un ambiente accogliente, emergono più facilmente che in famiglia o a scuola».
Oggi siamo tutti dipendenti dagli smartphone, bambini e ragazzi inclusi. Quali sono le vostre regole per i telefonini?
«Variano a livello locale, ma un concetto chiave c’è: non può esserci durante le attività. Per fortuna, quello che facciamo insieme è così accattivante che i ragazzi dimenticano il cellulare. La nostra è una condivisione di sguardi che si incrociano e pensieri che si incontrano: è un tipo di relazione che uno schermo non può sostituire».
Le ragazze scout sanno di poter fare le stesse cose dei ragazzi
Siamo partite dal World Thinking Day come forma di sostegno alle giovani. In che modo favorite la fiducia in sé di bambine e ragazze?
«La società manda segnali contraddittori: da un lato, diciamo che le ragazze possono arrivare ovunque, dall’altro, i femminicidi indicano quanto tuttora vigano modelli di comportamento patriarcali che vedono le persone divise in maschi e femmine, con diversi gradi di libertà. Crediamo che coeducando, cioè svolgendo le stesse attività per entrambi i generi, dalle scalate in montagna all’accollarsi le responsabilità, si possa insegnare a tutti a essere autentici e a sentirsi a posto con se stessi. Questo dà alle ragazze la sicurezza di percepirsi capaci quanto i coetanei e anche la forza di dire di no a relazioni non sane. Una volta divenuti adulti, gli scout creano famiglie più eque».
A proposito di famiglia, suo marito è uscito dagli scout a 12 anni. Lei è arrabbiata o sollevata?
«Ne sono felice, perché mi serve qualcuno che mi riporti con i piedi per terra, alle esigenze più banali del quotidiano. Però il detto è: “Scout una volta, scout per sempre”. A volte riconosco chi è stato scout da piccolo senza che me lo dica. Perché, come mio marito, puoi essere uscito dall’associazione per vari motivi, ma l’approccio resta identico: cercare soluzioni costruttive per dare un contributo positivo alla società».