«Giulia Minoli è per me l’esempio vivente della differenza tra la capacità di sentire e l’atto d’ascoltare. Non dobbiamo mai cedere all’idea che siano la stessa cosa» ha dichiarato un emozionatissimo Pierfrancesco Favino sul palco del Teatro Goldoni di Venezia premiando Giulia Minoli, co-fondatrice e presidente di Una Nessuna Centomila, con il Diane von Fürstenberg Award, che dal 2010 celebra le donne e ne sostiene i progetti. «Lo dico da uomo, da compagno, da padre di due figlie, da fratello di tre sorelle e da figlio: gli uomini devono avere un ruolo attivo nel trovare ogni possibile soluzione».
Giulia Minoli spiega che la violenza sessuale digitale non è un’eccezione ma una piaga sistemica
L’accento sull’ascolto – che significa anzitutto credere a chi chiede aiuto – e sulla partecipazione degli uomini sono punti chiave dell’impegno di Minoli da quando, due anni fa, ha iniziato a guidare la Fondazione che sostiene i centri antiviolenza, fa prevenzione nelle scuole e lavora sul cambiamento culturale usando i linguaggi della musica, del teatro e del cinema (unanessunacentomila.net). Non è certo la prima realtà a occuparsi di questi temi, ma di sicuro è quella che riesce a tenerli assieme tutti su scala nazionale. Lo fa con un grande lavoro di rete, fino a diventare punto di riferimento sul territorio, in un Paese scosso dai casi del gruppo Facebook “Mia Moglie” e del sito Phica, prova «che la violenza sessuale digitale non è un’eccezione, ma una piaga sistemica per cui servono leggi applicate, piattaforme responsabili e alleanze comunicative» spiega Minoli.
Tra le iniziative di Una Nessuna Centomila ci sarà un concerto a Napoli il 25 settembre
In questi giorni l’agenda di Una Nessuna Centomila entra in una fase decisiva. Con un importante concerto che il 25 settembre porta in Piazza del Plebiscito a Napoli – insieme a Fiorella Mannoia, presidente onoraria della Fondazione – le grandi voci italiane per sensibilizzare e raccogliere fondi a favore dei centri antiviolenza. E con la pubblicazione di Senza legge. Perché l’educazione sessuo-affettiva a scuola è una questione politica, un saggio corale che offre un quadro storico e strumenti pratici su consenso, identità e digitale e invoca una legge nazionale che la istituisca e regoli.
Lo ha curato personalmente, con Celeste Costantino e Monica Pasquino e i testi di Alessia Crocini e Lella Palladino. Com’è strutturato?
«Senze legge attraversa temi come la scuola e le metodologie educative, le politiche pubbliche e gli iter di legge, i diritti LGBTQIA+, il lavoro dei Centri antiviolenza e il nostro progetto di “chiamata alle arti”. Spiega cosa intendiamo per educazione sessuo-affettiva, conferisce una cornice politica a un lavoro sul campo che già esiste. Non partiamo dall’anno zero: molte scuole su questo lavorano già, ma senza riconoscimenti».
Una Nessuna Centomila offre strumenti per parlare nelle scuole di consenso, identità e digitale
L’ha definito “una cassetta degli attrezzi” per docenti e addetti ai lavori: cosa chiedete al legislatore?
«L’istituzione di figure formate, risorse stabili, valutazioni d’impatto. E una governance nazionale che metta a sistema ciò che i territori già fanno. La scuola non può vivere di progettini spot. Manca il salto di scala: la legge deve istituzionalizzare questo patrimonio e alleggerire i singoli».
Come si lavora in classe su argomenti come il consenso e l’identità, in particolare nel ciclo delle medie, che definite uno snodo evolutivo critico?
«La preadolescenza è il punto caldo: si formano identità, codici e immaginari. Si lavora con attività semplici e ripetute: chiedere e dare permesso, nominare i no e i sì, riconoscere i confini. E con l’educazione al digitale: imparando a leggere insieme immagini, commenti, dinamiche di gruppo».
Gli artisti in tour danno visibilità ai centri antiviolenza

Cosa intendete con “chiamata alle arti”? Quando l’arte diventa un dispositivo di sensibilizzazione e protezione?
«Consideriamo le artiste e gli artisti alleati competenti con cui lavorare, non testimonial. I nostri laboratori si traducono in attivazioni concrete, che aprono spazi di parola ed empatia più di quanto possa fare una lezione frontale. Un esempio è il monologo che abbiamo presentato all’Arena di Verona e intendiamo riproporre al concerto del 25 settembre a Napoli, realizzato in collaborazione con la Polizia Postale: parte da chat reali per trasformare l’emozione in consapevolezza e orientamento ai servizi. Gli artisti del nostro laboratorio, nei tour, inseriscono in scaletta un momento di orientamento in cui danno visibilità al centro antiviolenza locale e indicazioni pratiche su come farsi aiutare».
Per Giulia Minoli servono leggi più efficaci contro la violenza digitale
A proposito di digitale, cosa ci dicono le chiusure tardive del gruppo Facebook “Mia Moglie” e del sito Phica?
«Che la violenza sessuale digitale attraversa il senso comune e le relazioni in maniera strutturale e profonda. Per stanarla e combatterla servono leggi applicate, piattaforme responsabili, tempi certi di rimozione. Soprattutto, alleanze comunicative tra scuola, centri antiviolenza e mondo dell’informazione, che ci aiutino a identificare e trattare queste questioni in modo chiaro, senza spettacolarizzare, fornendo strumenti a chi guarda o è coinvolto».
Cosa può fare chi scopre che la propria immagine circola in Rete senza consenso?
«Può raccogliere prove, fornendo screenshot e link, inoltrare richiesta di rimozione alle piattaforme, fare denuncia alla Polizia Postale, contattare il numero 1522 o un centro antiviolenza. La cosa più importante è non restare sole: la Rete è pervasiva e accelera ogni passaggio».
Che significato dà al premio appena ricevuto?
«È un faro che illumina un metodo. L’ho dedicato ai centri antiviolenza e alle tante donne che ogni anno si salvano grazie ai loro percorsi. Quel palco, con il richiamo di Favino all’ascolto e alla partecipazione degli uomini, dice che questa non è “una questione di donne”: riguarda tutti».
Nei progetti contro la violenza digitale vanno coinvolti anche gli uomini
Come si coinvolgono gli uomini in questa battaglia?
«Chiedendo presenza, non applausi. Nei nostri progetti includiamo sistematicamente padri, allenatori, colleghi, artisti: li ingaggiamo in un ascolto attivo, sensibilizzandoli sulle trappole che il linguaggio condiviso nasconde, li investiamo di una responsabilità quotidiana. Senza gli uomini come alleati, il cambiamento resta a metà».
In che modo la Fondazione affianca nel quotidiano i centri antiviolenza?
«Attribuendo fondi diretti, e non legati burocraticamente alla realizzazione di particolari progetti, che distolgono forze e risorse: il progetto vero è ciò che fanno ogni giorno. Promuovendo un riconoscimento delle competenze: abbiamo avviato un censimento e da ottobre parte una scuola di formazione per le operatrici. Il sapere dei centri va condiviso e standardizzato, non lasciato all’eroismo dei singoli».
Che cosa resta sul territorio il giorno dopo uno spettacolo?
«Concretamente, restano risorse destinate ai centri antiviolenza, con un report pubblico su criteri e beneficiari. Soprattutto, resta una legacy per le città, che coinvolge scuole e università, presìdi sul digitale. La piazza scalda gli animi per una notte. Il metodo resta sul campo ed è destinato a seminare».