Della prima volta che sono stata a Milano ricordo solo la confusione. Le persone. Così tante che i luoghi scomparivano. Vedevo solo la Madonnina, lassù, e sotto fiumi di gente che camminava. Era sotto Natale. Non so se mi piaceva. Di certo non era una città simpatica. Non ha mai ambito a esserlo. Come certe belle ragazze che mettono le distanze e decidono loro se hanno voglia di darti corda o no. Però c’erano le redazioni dei giornali, dove io volevo lavorare. E i Navigli, coi tavolini all’aperto e una via col pavé piena di negozietti vintage. E tanto bastava per farmene innamorare. Da una parte piazza Duomo con i grandi cartelloni pubblicitari, a scimmiottare lo scintillio di Times Square o Piccadilly Circus, dall’altra la città vecchia con le case di ringhiera e le trattorie.

Il mio primo impatto con la Milano degli anni Novanta

Quando poi mi ci sono trasferita, nel ’94, mia mamma non ci credeva. Pensava fosse un capriccio quell’emigrare al Nord, una voglia passeggera. Invece io ci volevo proprio vivere lì, nel cuore pulsante d’Italia, anche se mi faceva un po’ paura. Era grigia Milano allora, grigia davvero. Per via del cemento e del cielo, dove di rado splendeva il sole. C’era ancora la nebbia. I bauscia, come chiamano qui gli spacconi, indossavano giacche firmate e la sera si ritrovavano in locali fighetti che oggi non esistono più, soppiantati da altri. È vero che questa città non si ferma mai, i locali aprono, chiudono, cambiano nome. Sono pochi i bar storici che hanno resistito al tempo e alle mode: Cucchi, Gattullo, Marchesi… Le ragazze mi sembravano tutte magre e bellissime. A noi della provincia ci mettevano un po’ in soggezione. Esisteva ancora Fiorucci, un mega store di due piani che sembrava il Paese dei Balocchi, proprio accanto a piazza San Babila. Era tutta lì intorno l’urbanistica del nostro immaginario: la Galleria, la Scala, via Montenapo. Il set a cielo aperto di quei film coi cummenda e le superdotate che a me facevano schifo ma mi accendevano la curiosità.

La città nascosta: punk, personaggi eccentrici e vite ai margini

Non c’erano solo le modelle e i bocconiani in quella metropoli ancora “a misura d’uomo”, c’erano anche i punkabbestia che colonizzavano i sottopassi della metro. E le prostitute. Chissà ora che fine hanno fatto. Prima ne trovavi a decine lungo la circonvallazione o alle Varesine, dove ora svettano i grattacieli rilucenti di Porta Nuova. I ragazzi andavano a farci il tour la sera. Ma solo per guardare, dicevano. In qualche zona anche di giorno, nelle vie del centro più isolate, ne trovavi alcune che avevano più di 60 anni, con i capelli tinti e i vestiti appariscenti. Quando passavi, ti chiamavano e si mettevano a chiacchierare. A me facevano simpatia. Anche se mi chiedevo chi mai potesse avere voglia di farci qualcosa. Sembravano delle nonne. Solo più stravaganti.

Milano oggi, tra opportunità, sogni e disillusioni

C’era posto per tutti in quei quasi 2000 reduci da Tangentopoli ma ancora spumeggianti per l’onda lunga della Milano da bere. Mai spot fu più azzeccato.

Ancora oggi, per tutti, il capoluogo lombardo è quella roba lì: il luogo dove le cose accadono. La città delle opportunità. Ma non c’è più posto per tutti

Se io potevo, col mio modesto stipendio da praticante, riuscire a guadagnare spazio e terreno, contando su un lavoro sicuro e un ascensore sociale ancora attivo, oggi l’incantesimo si è rotto. Chi parte da una stanza in condivisione non passa al monolocale e poi alla casa con mutuo trentennale, com’è successo a me: lì resta. Perché la casa e qualsiasi altra cosa che la metropoli offre – teatri, concerti, locali – è un lusso, soprattutto se sei studente o precario. In pratica hai tutto, ma non puoi fare niente. Per questo i giovani dopo la laurea scappano e le famiglie migrano fuori dalla cerchia in posti più verdi e più economici. Assediata dal business e dalle multinazionali, Milano sta diventando una città senz’anima, per questo nessuno ci vuole più stare. Eppure c’è stato un momento, fino a pochi anni fa, in cui ti sentivi orgoglioso di vivere qui. Anzi, di essere proprio milanese, perché quell’aggettivo non era una questione di anagrafe ma un modo di essere. Veloce, dinamico, proiettato in avanti. Disposto a dare il massimo, sapendo di essere ricambiato. E adesso? Com’è Milano vista dalla Gen Z? Piena di sogni, ma un po’ meno illusioni…