Carlo lo aveva capito prima di tutti. Molto prima dei meme, degli autori di The Crown, dei titoli del Daily Mail sparati come teaser di stagione. «I think we are a soap opera» disse nel 2006 a Jeremy Paxman della Bbc, riflettendo con una certa amarezza sul modo in cui gli inglesi guardavano la Royal Family. «Penso che siamo una soap opera». La monarchia britannica, prima che un’istituzione, è una narrazione permanente in cui ogni crisi prepara la stagione successiva.
Colpi di scena dagli anni ’90 a oggi
«Non importa quel che accade in una soap: la storia va avanti» ha scritto James Poniewozik, critico televisivo del New York Times, e questo vale anche per i Windsor. Una verità emersa durante la stagione più difficile della saga della Royal Family, quella degli anni ’90, cominciata con la crisi tra Carlo e Diana, tra accuse, tradimenti, interviste, e conclusa con l’incidente nel tunnel parigino dell’Alma, che a molti era sembrato l’episodio finale. E invece la serie è ripartita, con nuove trame e nuovi protagonisti: Kate la commoner, Meghan la distruttiva, i figli di William, la promessa di un futuro “normale”.
Finché non è arrivata la stagione in cui i colpi di scena si sono presentati tutti insieme, come in un finale scritto da uno sceneggiatore vendicativo: la morte di Elisabetta, che sembrava eterna; l’ascesa di Carlo, ancora oggi per molti il colpevole delle sofferenze di Diana; la frattura tra William e Harry, culminata con Spare, il memoir in cui la famiglia reale appare come un covo di razzisti anaffettivi. Poi la fuga californiana dei Sussex, la malattia di Carlo e quella di Kate. E lo scandalo infinito di Andrea, tra l’amicizia tossica con Jeffrey Epstein, la foto con Virginia Giuffre, il processo evitato con un accordo milionario e, infine, la caduta definitiva: privato del titolo, cancellato dalle foto di famiglia, rispedito nel mondo come Andrew Mountbatten-Windsor.

La Royal Family è davvero destinata a finire?
Abbastanza per dare il via a infinite nuove stagioni, ma anche per l’opposto: il finale di serie. Solo il tempo dirà quale dei due scenari prevarrà. A noi restano le ipotesi. Per ora, l’audience tiene. Secondo YouGov, il 62% dei britannici vuole ancora la monarchia (nel 2012 erano oltre il 75%), appena il 22% preferirebbe un capo di Stato eletto. Ma sul lungo periodo l’ottimismo vacilla: solo il 41% crede che ci sarà ancora un re fra cent’anni. È la prima volta che i favorevoli al trono non hanno più un margine schiacciante, soprattutto tra i giovani, che guardano la monarchia come un dispositivo narrativo più che come un’istituzione.
La favola della Royal Family è davvero destinata a finire? Enrica Roddolo, giornalista del Corriere della Sera e autrice di Il libro dei regni (Neri Pozza), invita alla prudenza: «Questa non è la prima tempesta che investe i Windsor. Pensiamo alla morte di Diana nel ’97 o all’annus horribilis del ’92, quando tutte le coppie reali andarono in pezzi. La monarchia è già stata travolta dall’attualità e ne è sempre uscita. Ha una resilienza che sorprende perfino gli osservatori più scettici».
Il segreto, spiega, è nel modo in cui i Windsor percepiscono il tempo: «Non vivono nella cronaca. Reagiscono nell’immediato, certo, ma poi ricollocano ogni crisi in una prospettiva storica più ampia». Perfino il caso Andrea, sostiene, si sgonfierà: «Hanno preso misure drastiche per proteggere l’istituzione. Fra dieci anni sarà solo uno spiacevole capitolo della loro storia».

Il presente è Carlo, il futuro William
La parabola di re Carlo è forse l’esempio più sorprendente di questa capacità della Royal Family di ricalibrare la narrazione. «Dopo la morte di Elisabetta molti pensavano che la magia fosse finita» spiega Natalia Augias, corrispondente Rai e autrice di C’era una volta un regno (Einaudi). «Invece Carlo, considerato per anni quasi un figurante che veniva preso in giro ed era accusato di essere troppo “green”, diventando re ha acquisito autorevolezza. Oggi parla più della madre e in modo più diretto: questo, nel mondo esplicito in cui viviamo, funziona». Anche la malattia ha ridefinito la sua immagine pubblica. «Continua la chemioterapia, continua a lavorare, perfino a programmare viaggi. Non si nasconde. E questo gli inglesi lo percepiscono. La monarchia, piaccia o no ai repubblicani, è ancora popolare».
Il futuro, però, si chiama William. «Il suo sarà un regno meno rituale, più vicino allo stile delle dinastie nordiche» dice Roddolo. «La direzione è quella, anche se il salto dalle carrozze alle biciclette non sarà immediato». Accanto a lui, Kate è diventata la colonna emotiva della Royal Family. «Viene da una famiglia normale» ricorda Luisa Ciuni, giornalista di Il Giorno e autrice di Kate. La commoner (Cairo). «È lei che ha portato la monarchia nel mondo post-elisabettiano».
Kate è diventata la colonna della Royal Family
Una volta era tutto tiare, guanti, inchini. Oggi la futura regina accompagna i figli a scuola in pantaloni, si toglie la giacca, ride, sbaglia. «Durante il lockdown, quando ha mostrato i bambini con le mani sporche di tempera, il disordine, i capelli fatti in casa, gli inglesi hanno visto un essere umano. “Se lei è così, allora sono normale anch’io”, hanno pensato». Poi, anche per Kate come per Carlo, è arrivata la malattia. «Il cancro lo conoscono tutti» spiega Ciuni. «Magari non sanno com’è fatto Buckingham Palace, ma sanno cos’è quel dolore». La standing ovation che le hanno dedicato a Wimbledon l’ha consacrata come figura nazionale, «una cosa che non vedevamo dai tempi di Diana».

L’incognita Harry
Sulle prossime stagioni pesa ancora l’incognita Harry. «Harry è stato un problema» dice Augias. «L’intervista a Oprah Winfrey, con l’accusa che qualcuno nella famiglia avesse chiesto il colore della pelle del bambino, è stata un momento bruttissimo». Poi Spare e le sue rivelazioni: la rissa con William, l’uso di cocaina, l’avversione per Camilla. «Una violazione flagrante del principio fondativo dei Windsor: never complain, never explain, mai lamentarsi, mai spiegare».
Harry ha aperto il velo del mistero, concordano le autrici, e senza quel mistero la monarchia perde uno dei suoi dispositivi di protezione più efficaci. Per alcuni “spettatori” è l’inizio della fine, ma Roddolo non è d’accordo: «La riconciliazione arriverà. Sono fratelli. Sono Windsor. La sopravvivenza è il loro istinto più antico». Come tutte le soap, anche questa non finirà finché ci sarà qualcuno disposto a guardarla. Il lieto fine non è scritto, non lo è mai stato. Ma una cosa è certa: la serie più longeva del mondo non è affatto pronta ai titoli di coda.