Siete convinti di sapere cos’è l’eco-ansia? Noi non lo sapevamo e abbiamo indagato, scoprendo che la galassia delle “nuove” sofferenze psicologiche legate alla crisi climatica, ai disastri ambientali e alla percezione del mondo che cambia è molto più complessa di quanto immaginavamo. A studiarle, oggi, ci sono professionisti della mente che hanno dovuto farsi una cultura anche su alluvioni, incendi e ghiacciai che fondono, a curarle, terapeuti dotati di evolute forme di empatia verso i loro pazienti.
Camilla Gamba è una psicologa che si occupa di disturbi legati all’eco-ansia
La nostra guida “spirituale” in questo particolare viaggio di familiarizzazione si chiama Camilla Gamba ed è eco-psicologa. Siamo andati a trovarla nel suo studio di Milano. Classe 1981, laureata in Psicologia all’Università Cattolica, si è avvicinata pian piano a questo mondo e ha impiegato del tempo a capire quanto le sue esperienze di vita abbiano inciso sul suo percorso professionale.
Fin da bambina guardava molti documentari sull’ambiente
«Ricordo che già da bambina, quando guardavo documentari sull’ambiente e gli animali che raccontavano come il mondo stesse cambiando, mi si scatenava dentro una forte ansia» racconta. Lei è americana per parte di madre e il suo rapporto con la natura è stato sempre molto intimo, quasi genetico. Nel 1996 la nonna materna Anita, che all’epoca aveva 60 anni, ha lasciato un lavoro da dipendente per andare a fare la Guardia forestale nella Gila National Forest, in New Mexico.
Camilla Gamba ha fatto tanto trekking negli Stati Uniti
«Dopo la separazione dei miei, ho vissuto negli Stati Uniti dagli 8 ai 18 anni. Un risvolto positivo di questo cambiamento è stato lasciare un appartamento a Milano per andare ad abitare in un’incantevole villetta con giardino nella cittadina di Davis, dove potevamo girare liberamente a piedi o in bicicletta». A lei piaceva arrampicarsi sugli alberi e andarsene nei boschi, da grande sarebbe diventata amante del trekking e del campeggio all’aria aperta. Ed è proprio in occasione di una di queste attività outdoor che le è esploso qualcosa dentro.
Fu molto colpita alla vista di una foresta bruciata in California
«Era il 2021, stavo andando a fare trekking in una foresta vicino a Clearlake, in California, dove l’anno precedente erano bruciati tutti gli alberi. Si notava il tentativo della foresta di rigenerarsi attraverso gli arbusti, ma i tronchi bruciacchiati sembravano delle lapidi e mancava il canto degli uccelli, mancava qualsiasi altra forma di vita. È stato un vero shock per me».
Quell’eco-risveglio l’ha avvicinata agli studi sull’eco-ansia
In gergo tecnico lo chiamano “eco-risveglio”, qualcosa che ti travolge completamente e colloca le tue altre priorità di vita un gradino al di sotto. «Ebbi una forte crisi di ansia, decisi allora di rivolgermi a un terapeuta specializzato che si trovava in Oregon, Thomas Doherty. Lui mi ha aiutato molto e mi ha avvicinato al tema dell’eco-ansia, poi è diventato il mio formatore. Oggi sono io che studio la materia e tengo corsi e seminari all’Ordine degli psicologi, per condividere le informazioni con i colleghi».
L’Eco-psicologia e la Psicologia ambientale sono due discipline diverse
Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. L’Eco-psicologia è un ramo della psicologia e gli eco-psicologi si domandano come influisca il rapporto che abbiamo con la natura sul nostro benessere. La separazione o l’esclusione dalla natura portano, per esempio, disagio spirituale ed esistenziale. Talvolta si verificano sovrapposizioni con la Psicologia ambientale che, invece, studia come l’essere umano si senta in un qualunque ambiente. L’Eco-psicologia, dunque, rappresenta un ombrello più ampio sotto il quale ricadono più discipline.
Ogni persona può provare diverse eco-emozioni
E l’eco-ansia? Non è facile riconoscerla e diagnosticarla, perché ne esistono molte forme, al punto che gli esperti preferiscono parlare di “eco-emozioni”. Una persona può manifestare disagio per il solo fatto di essere informata sull’evoluzione della crisi climatica ed ecologica o per la riduzione della biodiversità sul Pianeta, può andare in ansia perché vede un parco distrutto dalle fiamme, per la qualità dell’aria o, magari, perché è stata direttamente impattata da un evento estremo. Pensiamo a chi vive in Emilia Romagna e ha affrontato due alluvioni tra il 2023 ed il 2024, essendo cosciente che potrebbe ricapitare una o più volte all’anno.
Il primo passo per curare l’eco-ansia è la disintossicazione digitale
«Le mie persone sono preoccupate dai media, dai social, soprattutto» dice Camilla Gamba, che usa proprio questo termine, persone, invece di pazienti. «Più seguono determinate notizie, più l’algoritmo gliene propone di quel tenore, logicamente. Ghiacciai che scompaiono, barriere coralline che si sbiancano, siccità, ondate di calore… Ogni notizia crea una emozione e se questa è portata all’estremo diventa patologica e crea disagi». Le prime indicazioni terapeutiche, sono disintossicazione digitale ed “educazione” dell’algoritmo affinché proponga notizie costruttive invece che narrazioni tragiche e senza speranza. Entrambe le azioni si prospettano ardue, oggigiorno, ma bisogna pur correre ai ripari.
Aumentano i disagi mentali legati a clima e ambiente
I disagi mentali legati ai temi ambientali e climatici sono infatti in crescita, per quantità e virulenza, sia in forma di ansia preventiva sia quando sono provocati da eventi concreti di cui si è rimasti vittime.«In Italia, nel mondo della psicologia, psichiatria e medicina, si parla anche di “traumi da disastri ambientali” e infatti esiste un ramo disciplinare autonomo chiamato proprio “psicologia dell’emergenza”, interviene in casi di eventi meteorologici estremi (disastri ecologici come fughe radioattive, fenomeni naturali come terremoti, ndr). A me è capitato di fare una diagnosi di disturbo da stress post traumatico, ne soffrono i militari che tornano dai teatri operativi, tanto per capirci, a una paziente che era rimasta bloccata in auto a causa di una forte grandinata. È necessario chiarire, però, che tale disturbo non dipende mai dall’evento in sé, ma dalla gravità della risposta».
Camilla Gamba si occupa anche di persone che si sentono in colpa per i problemi dell’ambiente
Oggi, purtroppo, c’è addirittura chi diventa anoressico per troppa “ortodossia” nei confronti dell’ambiente. «Sono soggetti che fanno scelte alimentari particolari, calcolando, oltre al peso e all’apporto calorico di un cibo, il suo impatto sull’ambiente». E questo porta loro sia scompensi fisici sia veri e propri disturbi dell’alimentazione. Di recente Camilla Gamba ha iniziato a lavorare anche sui “climate quitters”, ovvero quelle persone che hanno lavori stabili e ben retribuiti ma si sentono totalmente disallineate coi propri valori e pensano di mollare. Dirigenti di multinazionali finanziarie o di società petrolifere, ad esempio. Spinti dall’eco-ansia, che gli esperti chiamano, in questo caso, eco-colpa, abbandonano il lavoro, ma poi si ritrovano socialmente soli e incompresi. Purtroppo non abbiamo ancora imparato la lezione: nessuna transizione ecologica è possibile senza una vera transizione culturale.