Descrivere un film, senza tradirlo. Potrebbe essere questo l’haiku della 43enne Vera Arma, alla guida della principale società italiana specializzata in audiodescrizioni e sottotitoli per persone con disabilità sensoriali.
Vera Arma è una pioniera nel campo della accessibilità audiovisiva
Linguista, interprete, imprenditrice culturale, solamente negli ultimi 6 mesi con la sua Artis-Project ha reso accessibili oltre 40 produzioni televisive e cinematografiche, dalle serie tv Sandokan e Vita da Carlo 4 ai film Duse, Familia e La Grazia di Paolo Sorrentino. Nata a Vico Equense, in provincia di Napoli, ma cresciuta a Roma, Vera è stata una pioniera del settore e oggi è una delle principali referenti in Europa dell’accessibilità audiovisiva, grazie anche ai 10.000 titoli realizzati in 10 anni tra film, serie, documentari e show.

Quali studi ha fatto e come è arrivata a specializzarsi proprio in questa “nicchia”?
«Sono laureata in Lingue e culture europee a Roma, in Interpretariato di Conferenza alla Scuola per Interpreti e Traduttori di Forlì e ho conseguito un Dottorato in Inglese per scopi speciali alla Federico II di Napoli. Ho lavorato molto all’estero e la voce è sempre stata il mio punto di partenza: mi interessava capire come potesse comunicare non solo informazioni, ma anche emozioni e immagini. Durante i miei studi ho scoperto il respeaking, una tecnica che consente di creare sottotitoli per persone non udenti usando il riconoscimento del parlato. Così è iniziata la mia avventura nel settore dell’accessibilità: ho cominciato sottotitolando eventi e convegni, dal piccolo gruppo di auto-mutuo aiuto alle udienze papali, e sono passata poi al cinema e alla tv».
L’incontro con l’audiodescrizione, invece, come è avvenuto?
«In modo casuale. Ero a Vienna per una conferenza sul respeaking parlamentare, ho sbagliato aula e mi sono ritrovata a un convegno con un esperto americano, Joel Snyder, poi diventato collega e amico. È stato un colpo di fulmine: ho capito che era un ambito ancora poco esplorato in Italia e ho deciso di dedicare a questa tecnica il mio dottorato».
L’audiodescrizione traduce parole, movimenti ed emozioni

Che cosa l’ha colpita in particolare?
«Il fatto che l’audiodescrizione avesse una lingua propria, con determinate caratteristiche sintattiche e grammaticali che la rendono diversa dal linguaggio giornalistico, dall’audiolibro, dalla narrazione. È una traduzione che vive nel tempo presente, perché racconta a chi non vede ciò che accade sullo schermo mentre accade: i movimenti, le espressioni, i gesti, gli spazi. Interviene nei momenti in cui l’immagine comunica senza parole. È come avere accanto qualcuno che ti suggerisce, senza mai coprire i dialoghi. Si inserisce nelle pause, nei silenzi non pertinenti. L’obiettivo è suggerire, non interpretare troppo, mantenendo una certa oggettività».
C’è anche una componente di recitazione nella voce?
«C’è, ma deve essere molto misurata e mai protagonista. Non è una recitazione attoriale, piuttosto una presenza discreta. Deve aiutare chi ascolta a distinguere chiaramente i dialoghi dalla descrizione: accompagnare, non guidare. Certo, evitiamo lo stile radio taxi monocorde…».
Quanto ha inciso la normativa sullo sviluppo del settore?
«Moltissimo. La legge 220 del 2016 ha imposto ai produttori che ricevono fondi pubblici di rendere fruibili le opere anche alle persone con disabilità sensoriali. Prima, era tutto lasciato all’iniziativa individuale. Dopo, il settore è cresciuto velocemente, a volte anche in modo disordinato, ma finalmente si è creato un sistema. Oggi, grazie anche a strumenti come l’app MovieReading, una persona cieca o sorda può andare al cinema quando vuole scaricando sullo smartphone l’audio o i sottotitoli che si sincronizzano automaticamente con il film in sala. Niente proiezioni dedicate, niente orari speciali».
Le produzioni più difficili da audiodescrivere sono quelle in dialetto
È una tecnologia utile anche a chi non ha disabilità?
«Molte persone, magari già abituate ai podcast, la usano anche a casa mentre fanno altro. O impostano i sottotitoli per migliorare la comprensione, imparare una lingua, seguire un contenuto. Sono strumenti che ampliano l’esperienza, non la limitano».
Ci sono produzioni più difficili di altre?
«Sì, soprattutto quelle già sottotitolate da un dialetto o da una lingua diversa, come Mare Fuori o L’amica geniale. In quei casi bisogna integrare anche il contenuto per chi non può leggere. È una scrittura molto complessa, che richiede grande capacità di sintesi e di adattamento e che risente dei tempi di post produzione: noi siamo l’ultima fase prima della consegna e spesso subiamo i ritardi dell’intero flusso».
Quante persone lavorano su un’audiodescrizione?
«In media 4: chi scrive il testo, lo speaker, il fonico di presa e quello di mix. Per un film di 100 minuti servono circa 7-8 giorni, che non sono molti se si considera la complessità del lavoro. Il team è composto da una trentina di professioniste, gli uomini da noi sono solo 4 o 5, spesso tecnici. Forse perché questo mestiere richiede una cura estrema del dettaglio, pazienza, attenzione».
Quali sono stati i primi film accessibili?
«In Italia il primo film audiodescritto in televisione risale al 1991 ed era Spartacus. I sottotitoli per non udenti hanno debuttato nel 1986 con La finestra sul cortile su Rai 1. Ancora oggi resistono sul famoso tasto 777 del Televideo».
Per questo lavoro l’intelligenza artificiale è utile ma serve l’intervento umano
E l’Intelligenza artificiale che ruolo ha oggi?
«Sta iniziando sicuramente a cambiare il settore. Netflix stessa ha dichiarato che sta utilizzando strumenti di AI per migliorare la sottotitolazione, d’altronde anche i reel sui social sono già tutti sottotitolati in automatico. Tuttavia il servizio professionale per persone non udenti ancora richiede l’intervento umano, perché la trascrizione nuda e cruda non basta, serve un’attenzione al dettaglio, alla velocità di lettura, al numero di parole, alla struttura della frase, all’inserimento di suoni, rumori ed effetti su cui ancora l’Intelligenza artificiale non riesce ad arrivare pienamente».
Quali sono le produzioni a cui è più legata?
«Alcuni degli ultimi titoli su cui ho lavorato io stessa, Philomena, un film drammatico di qualche anno fa con tanti momenti di silenzio: durante l’audiodescrizione era impossibile restare indifferenti. Un altro è La famiglia Bélier, la storia di una ragazza udente all’interno di una famiglia sorda: un tema che naturalmente ci tocca da vicino».