Le case della Gen Z le riconosci subito. Molte cercano disperatamente di scappare dal cosiddetto grigio millennial (quel mix di neutri che fa da padrone nelle abitazioni dei nati tra i primi anni ’80 e il ’96, complici i modelli propinati dagli influencer) per fare tentativi di originalità. Sono tocchi accesi di colore, oggetti di arredo vintage, tra cui spiccano giradischi o macchine da scrivere, ninnoli e serviti frutto di affari nei mercatini o ancora poster di località del cuore o con su le proprie parole in musica preferite. Insomma, sono il concentrato di una volontà anti conformista che, diciamolo, per quanto riflesso della nostra personalità, finisce per essere più conformista del previsto cosicché tutto sommato le nostre case si somigliano. Tuttavia è un’attitudine che fa pensare alla nostra generazione come parsimoniosa e selettiva, seguace della filosofia del less is more purché abbia un intrinseco significato emotivo. Ma sarà davvero così?
L’altra metà della favola
Le appassionate di interior design sanno benissimo che la botta di endorfine che si prova quando scovi il pezzo giusto è quasi impareggiabile. Perché, che la si viva tanto o poco, una dimora è sempre il nostro piccolo porto sicuro, uno spazio che parla di noi. Nel bene e nel male. Racconta i nostri gusti, aspirazioni e, ahimè, anche le nostre possibilità economiche. Quindi, se dietro la patina del valore affettivo e della storia che indiscutibilmente si nasconde dietro a un mobile di un’altra epoca ci fosse la nuda e cruda verità? Ovvero che non ci possiamo permettere di più?
Infatti, che la Gen Z abbia un potere d’acquisto ridotto non è un segreto. Lo confermano anche i dati. Secondo un report di PwC pubblicato a ottobre 2025, il 59% di noi preferisce i marchi noti, ma il 41% è pronto a comprare delle alternative più economiche. Invece, il 49% opta per prodotti personalizzati. Il che sembrerebbe confermare la selettività dei giovani che prediligono acquisti che parlino di loro. Se non che il taglio delle spese riguarda ristoranti e cibo da asporto (51%), l’abbigliamento (33%), gli alcolici (29%). Ovvero le spese più quotidiane, più basilari, quelle che le generazioni precedenti davano per scontate.
La Gen Z sceglie o fa i conti?
Chiedersi se le scelte in fatto di arredamento della Gen Z siano davvero frutto dei loro gusti o necessità di portafoglio è d’obbligo. Del resto, qualche anno fa si diceva anche dei Millennial che preferissero le esperienze agli oggetti, che avessero dei valori diversi. Poi la crisi economica del 2008 ha squarciato il velo di Maya anche per loro: hanno realizzato di essere più poveri rispetto ai loro genitori.
Ora è il turno di noi che siamo entrati nel mondo del lavoro post Pandemia, tra affitti sempre più salati (soprattutto nei grandi centri) e potere d’acquisto eroso. Può darsi che non abbiamo più voglia di possedere troppi oggetti vuoti di senso, memori delle tendenze all’accumulo dei nostri genitori. Ma allo stesso tempo forse stiamo solo facendo di necessità virtù, spacciando per tendenza, per quanto originale e virtuosa, una mancanza.
Tra risparmio e autenticità: la virtù sta nel mezzo
Quindi, le nostre case parlano. Raccontano lo sforzo di creare bellezza con budget piccoli, anche ricorrendo al fai da te, e di un indiscutibile desiderio di autenticità. Come se le infinite ispirazioni dai social, tra cui Instagram e Pinterest, ci spingessero a desiderare qualcosa che non sembri già visto. Una soddisfazione che si realizza spesso attraverso la ricerca nei luoghi fisici. Infatti, sempre secondo il report PwC, il 61% di noi preferisce gli acquisti offline, quelli che permettono di toccare con mano gli oggetti.
Allora che le nostre case siano l’esempio che arredare e farlo con oggetti carichi di senso emotivo possa convivere col risparmio? Bene, però ricordiamoci di distinguere il confine tra ciò che preferiamo e quello che scegliamo perché non possiamo puntare più in alto.