È curioso scoprire come nasca un’idea, da dove provenga l’ispirazione. Amber Butchart, storica molto cool della moda inglese, ideatrice e curatrice della mostra Splash! A Century of Swimming and Style al Design Museum di Londra (fino al 17 agosto), ci racconta la sua. «Durante la pandemia, quando tutte le piscine coperte erano chiuse andavo ogni giorno a nuotare in mare. Era diventato una sorta di rituale da custodire, qualcosa che aveva a che fare con l’affermare la vita». E così si è messa in testa di dar forma a una mostra capace di raccontare non soltanto la moda, ma il profondo legame che abbiamo con il nuoto. Dal boom delle spiagge inglesi negli anni ’20-’30 al mermaid core, la tendenza sirenetta, che imperversa su TikTok. Dai costumi multiformi in continua metamorfosi alle piscine che nascono come sanatori e si trasformano in divertimento per le masse.

Un allestimento della mostra Splash! A Century of Swimming and Style al Design Museum di Londra
Un allestimento della mostra Splash! A Century of Swimming and Style al Design Museum di Londra (ph. Luke Hayes)

Costume da bagno ieri e oggi

La storia comincia da Margate, cittadina costiera del Kent che già nel Settecento promuoveva i bagni di mare come cura per la salute. Non a caso il pezzo più antico in mostra è un pantaloncino di lana, affittato ai bagnanti dalla Margate Corporation negli anni ’20. «Il costume da bagno ci permette di avere accesso allo spazio pubblico. Non puoi metterti a nuotare in uno luogo pubblico se non ce l’hai, quindi la prima domanda è: chi ha accesso e chi no» prosegue Butchart, che provocatoriamente non si sofferma sulle classiche bellezze in bikini tante volte viste nelle foto. Basti pensare ai fantastici costumi di Esther Williams in Bellezze al bagno (1944), al mitico due pezzi di Ursula Andress in Agente 007 – Licenza di uccidere (1962) venduto nel 2001 per 61.500 dollari. Ma anche al prorompente bikini di Brigitte Bardot in Piace a troppi (1956) oppure ancora a quello straccetto di pelliccia indossato da Raquel Welch in Un milione di anni fa (1966). No, nulla di tutto ciò.

Un costume non parla solo di moda

L’unica concessione alla moda dello star system è l’iconico costume intero, rosso, sgambato, scollato, vuoto eppure gonfio, con tanto di logo sul fianco, indossato da Pamela Anderson nella serie Baywatch. Continua Butchart: «Ci si può sentire incredibilmente belle e potenti lì dentro o inevitabilmente fragili. Dipende dalla prospettiva, che ha a che vedere coi tempi. Lo sappiamo da sempre che la moda dei costumi da bagno ha promosso incessantemente certi tipi di corpi femminili escludendone altri. Ed è proprio per questo che volevo raccontare qualcosa di diverso, di più allargato».

Amber Butchart, ideatrice e curatrice della mostra Splash! A Century of Swimming and Style al Design Museum di Londra
Amber Butchart, ideatrice e curatrice della mostra Splash! A Century of Swimming and Style al Design Museum di Londra

Sincronette e pescatrici

Ecco allora un corto dal divertente titolo Subversive Sirens (Sirene sovversive). Trattasi di un team di nuoto sincronizzato tutto al femminile, con base in Minnesota, la cui missione recita così: “liberazione dei neri, equità nel nuoto, accettazione radicale dei corpi e visibilità queer”. Altro che le perfette sirenette del nuoto sincronizzato dei film hollywoodiani. Qui le otto ragazze sono tutte deliziosamente sovrappeso. Oppure il filmato di 11 minuti in chiusura della mostra sulle donne haenyeo dell’isola di Jeu, nel Sud della Corea, che per secoli, si sono tuffate fino alla profondità di 20 metri. Cercavano cibo ed erbe marine trattenendo il respiro fino a tre minuti in tutte le temperature possibili. «Se ti tuffi non ti senti depresso… Non c’è tempo per pensare troppo», racconta una di loro. Oggi queste sommozzatrici indossano sofisticate tute da sub, ma le foto mostrano anche i pagliaccetti in stoffa bianca che lasciavano scoperte metà braccia e metà gambe, nei lontani anni ’30. Il costume è quindi evoluzione, adattamento, autodeterminazione, rifiuto della convenzione e insieme tentativo di integrazione.

Una Haenyeo, anziana pescatrice subacquea coreana Una Haenyeo, anziana pescatrice subacquea coreana (ph. IPA)
Una Haenyeo, anziana pescatrice subacquea coreana (ph. IPA)

L’idea di Coco Chanel

La mostra riflette anche sugli spazi: la funzione delle passeggiate al mare, delle piscine e dei moli che possono trasformarsi in passerelle all’aperto per l’ultima moda marina. «Al mare le persone sono disposte ad assumersi più rischi per quanto riguarda il modo di vestire» dice sempre Butchart. «Uno dei pezzi in mostra che amo di più è il pigiama da spiaggia che Coco Chanel inventò nel 1930 sulle spiagge di Juan-les-Pins e Deauville. Era la prima volta che le donne potevano davvero indossare pantaloni in pubblico senza suscitare scandalo».

Il costume da bagno da Roma all’età vittoriana

Fin dall’antichità – vedi gli affreschi nella villa romana di Piazza Armerina in Sicilia – vi sono tracce di costumi a due pezzi indossati perlopiù da donne per le attività sportive. Niente a che vedere con il bikini odierno. In età vittoriana, invece, il fine (ossessivo) era impedire che occhi estranei osservassero il momento in cui ci si liberava da organze e corsetti per una più comoda (ma altrettanto pesante) versione di costume intero che copriva parzialmente anche le gambe. Fino ai primi decenni del secolo le multe erano salatissime per chiunque violasse le norme: per nuotare s’indossava una tuta di misto lana e tessuto elasticizzato, molto casta, identica sia per lui sia per lei.

L'affresco nella villa romana di Piazza Armerina (Enna) raffigura i primi bikini della storia.
L’affresco nella villa romana di Piazza Armerina (Enna) raffigura i primi bikini della storia (IPA).

L’esplosione del bikini

Bisogna arrivare al luglio del 1946, a Parigi, durante un contest di bellezza a bordo della piscina Molitor, per far deflagrare la bomba che solleverà anche la condanna del Vaticano. L’ex ingegnere automobilistico (!) Louis Réard, che aveva lasciato il lavoro per dedicarsi al negozio di lingerie ereditato dalla madre, presenta il costume più piccolo mai pensato fino ad allora. A indossarlo la ballerina di nudo Micheline Bernardini, 19enne. Il reggiseno pare un foglio di giornale accartocciato, lo slip ha lunghi laccetti sui fianchi. Quei quattro triangoli, di soli 30 pollici in tessuto stampato, vengono disegnati nei giorni degli esperimenti nucleari sull’atollo di Bikini nelle isole Marshall del Pacifico e da qui prendono il nome. Réard era convinto che l’oggetto in questione avrebbe avuto lo stesso impatto della bomba atomica che in qualche modo, così, veniva disinnescata dalla bellezza di un corpo quasi nudo. E aveva ragione. Lui divenne miliardario e il bikini ha conosciuto migliaia di vite: striminzito e poi topless e poi tanga, a sorpresa pantaloncino, oggetto del desiderio in perenne mutazione.