Ti ho vista, madre. Eri in mezzo alla strada, a pochi passi dalla fermata del tram, con la messa in piega che ancora teneva dal weekend e il piumino sgualcito dalla tracolla che ti ballava davanti mentre inseguivi tuo figlio. Lui, un ragazzone che ti sovrastava di almeno un palmo. La chioma di ricci arruffata, i jeans enormi che ricadevano a pennello sulle sneakers nuove di pacca della marca che tutti desiderano, la bocca imbronciata. Si allontanava innervosito da te che lo tormentavi con la solita litania di domande di tutte le madri di figli svogliati.
Il complicato mestiere di noi madri
Non c’era rimprovero nelle tue parole, anzi il tono di voce aveva quasi una nota di scuse, un senso sottile di giustificazione nel dover fare quella parte lì, quella dell’educatrice. Un ruolo che ti era difficile da interpretare, si vedeva a occhio nudo, come fosse la parte di un’altra di cui non sapevi bene il copione. Lo braccavi chiedendo in un soffio se avesse studiato. Lo incalzavi quando, al suo «Certo» seccato, ribattevi «Ma quando? Io non ti ho visto». E lui, pronto: «Ovvio, non ci sei mai». «Ma hai ripetuto?», dimessa, angosciata.
Come si fanno a imparare le cose, se non si ripete? Questo ci hanno insegnato. Abbiamo passato metà della vita a ripetere. Preparare il discorso, memorizzare. Lo facciamo anche oggi che siamo insegnanti, avvocate, consulenti, top manager. Senza quel ruminio di parole che abbiamo imparato fin da ragazze chissà se saremmo arrivate fin qua. Loro no, non ripetono. Non serve, «Che palle!«. Tutti geni, tutti oratori.
Rapporto madre e figlio adolescente: quando non si riesce a comunicare
Mi hai fatto pena. Non tu, nello specifico. Ma noi, tutte. Madri spaesate di figli che sconfessano dogmi e principi con cui siamo cresciute. Ridendoci in faccia. Trattandoci da povere sceme. Figurine sbiadite in balìa della pubblica piazza. Avrei voluto abbracciarti. Dirti che siamo quasi tutte così. Chi per un verso, chi per un altro. Madri farfuglianti e disarmate. Annichilite dal senso di impotenza, frustrate dall’incapacità di farci ascoltare anche solo per un secondo, nella vana speranza che almeno qualcosa abbia presa e s’accenda.
Disposte a tutto pur di piacere ai nostri figli. Ben sapendo che è proprio qui l’errore. Non dobbiamo piacere. Non per forza. I nostri padri e madri non se lo sono posto mai come obiettivo. A loro bastava semplicemente “essere” genitori. Proseguendo un mandato che gli veniva affibbiato per diritto ereditario, come nelle monarchie. Non come noi che ce lo dobbiamo guadagnare come nelle repubbliche delle banane. Mercificando favori. Dicono che abbiamo sbagliato tutto, gli psicologi. Dicono che dovevamo essere più brave a contenere, a dire di no. Meno amiche, meno permissive, più autorevoli. Più presenti, soprattutto.
Lo scotto da pagare per le madri di oggi
Ma quando? Se intanto dovevamo barcamenarci tra orari d’ufficio pensati per gli uomini e asili nido progettati per madri full-time. Se dovevamo mantenere in piedi carriere a rischio con modalità funamboliche, resistere al part-time, recuperare terreno dalle caselle di partenza a cui ci rispedivano puntualmente dopo ogni allattamento, ripensare paradigmi di leadership, sfondare soffitti di cristallo, sedare crisi coniugali e sensi di colpa, cavalcare il multitasking e farlo a pezzi con la medesima convinzione. Cercando nel frattempo di restare in forma e di pensare al pranzo della domenica.
Perché questo si chiede alle donne, tanto peggio se madri. È già tanto se siamo ancora vive. Ma uno scotto lo dovevamo pagare. Ce lo troviamo davanti al mattino, in un monolite di carne che mugugna e non lava mai la tazza. Nel silenzio da sfinge di figlie che sognavamo a nostra immagine e somiglianza e invece si mettono d’impegno per essere totalmente altro da noi, possibilmente l’opposto. Tenendoci fuori dalle loro camerette. Confidando a professionisti dell’inconscio quello che un tempo raccontavano a noi, senza tante psicoanalisi, per puro gusto di chiacchierare.
Il complicato rapporto madre e figlio adolescente: di chi è la colpa?
Dove abbiamo sbagliato? Siamo state troppo? Siamo state troppo poco? Li abbiamo inibiti, scoraggiati, castrati, questi figli tanto amati, che ora ci sembrano degli estranei? Costruendo per loro traguardi che non desideravano, approntando sogni che non volevano abitare. Tarpando desideri e attitudini. Ma, soprattutto, abbiamo sbagliato solo noi? Non abbiamo saputo ascoltare, interpretare, cogliere i segnali di un disagio? Dove eravamo? Che facevamo? È tutta nostra la colpa di questa generazione friabile e incapace di prendere il volo? Toccava a noi dare la bussola? Certo che sì, siamo gli adulti. Ma avevamo imparato che il distacco è un processo naturale e necessario. Non questa lenta agonia di silenzi e recriminazioni, in cui ci tocca ancora fare le balie, a volte. Facciamo che il 90% della colpa è nostra e il 10 loro. Del resto, non cerchiamo assoluzioni. Solo un abbraccio. E un po’ di compassione.