L’amore non è un algoritmo. Non conosce formule, per quanto meticolose, che sappiano emularne l’incendio, la vertigine, la tenuta nel tempo. Eppure abitiamo un’epoca che sembra ossessionata dall’idea di espugnare i suoi misteri, come se il cuore fosse una serratura difettosa che l’Intelligenza artificiale o legioni di improvvisati love coach possano finalmente hackerare.

Questo tema eterno, ferita mai rimarginata dell’umano, offre oggi lo spunto per una curiosa convergenza di sguardi cinematografici: da una parte, la maschera malinconica di Carlo Verdone, che in Scuola di seduzione – ora su Paramount+ – mette a nudo l’assurdità di chi vorrebbe addestrare l’eros come una disciplina olimpica; dall’altra, la visione onirica di Francesco Lagi, che in Il Dio dell’amore in anteprima al BIF&ST e adesso al cinema – riporta nella Roma di oggi, sospesa tra mito e quotidianità, l’ombra irrequieta di Publio Ovidio Nasone a sorvegliare infiniti intrecci di storie che nascono e muoiono.

L’ansia da prestazione

Autore, due millenni fa, dell’Ars Amatoria, dissacrante manuale di seduzione in versi, Ovidio raccontava l’amore come un ludus, un gioco di ruolo – più che un sentimento tragico – fatto di strategie, cura di sé e reciproca astuzia.

Definito dai concittadini praeceptor amoris, non era certo un geometra del sentimento, ma un poeta che sorrideva delle proprie malizie, consapevole che dietro ogni palpito si nasconda un dio capriccioso, Cupido, quell’Eros primordiale capace di smantellare qualsiasi architettura razionale.

Al contrario, il ritorno odierno al manualismo è il sintomo di una malattia profonda, ammonisce Stefano Rossi, psicopedagogista e indagatore di sentimenti.

Autore, tra gli altri, di Genitori in ansia (Feltrinelli), saggio che accanto all’educazione affettiva dei figli (riserva un capitolo essenziale alla custodia del legame sentimentale tra i partner, avverte: «L’amore come algoritmo è un’illusione figlia del nostro tempo, dominato dal mito della prestazione sul fronte lavorativo, estetico, ma anche sessuale e affettivo.

Una logica che trasforma l’amore in una gara e l’altro in un oggetto di consumo: ti uso e poi ti getto via.

Tutto questo Zygmunt Bauman (teorico della modernità liquida, ndr) lo aveva già intravisto, profetizzando la mercificazione degli affetti, come deriva estrema del consumismo: non solo l’individuo diventa merce e vende se stesso sui social, ma anche le relazioni seguono lo stesso paradigma. Ciò indebolisce la tenuta dei legami affettivi: se l’altro diventa merce, nel momento in cui appare una versione più nuova, giovane o performante, mi sento legittimato a sostituirlo, così come senza sensi di colpa rimpiazzo un cellulare vecchio.

Oggi stiamo applicando questa neutralizzazione etica alle persone».

Carlo Verdone in una scena del film"Scuola di seduzione"
Karla Sofía Gascón è la love coach cui si rivolgono i sei protagonisti in crisi sentimentale di Scuola di seduzione, il nuovo film di Carlo Verdone (qui con l’attrice spagnola), ora su Paramount+. Foto Francesca Cassaro

Il fascino (e la paura) dell’imprevedibile

Se l’amore diventa una prestazione, l’umano si ritrae nelle zone d’ombra: è sempre il cinema a vaticinare questo deserto con lungimiranza chirurgica.

Evocando ancora Ovidio, questa volta Le Metamorfosi, il regista Yorgos Lanthimos preconizzava in The Lobster una società in cui le relazioni obbediscono a una burocrazia tanto spietata da trasformare in bestia chi non sa uniformarsi al ritmo della coppia funzionante.

È la negazione del mistero in favore del contratto.

Quando non è la burocrazia a soffocarci, è la solitudine asettica evocata da un altro regista, Spike Jonze, che in Her immagina uno stralunato Joaquin Phoenix innamorarsi di un dispositivo di AI che ha la voce di Scarlett Johansson: un amore senza attrito, che Rossi identifica come il grande rifugio della vulnerabilità moderna.

La fuga dall’incontro reale

La fuga dall’incontro reale

«Oggi i ragazzi seguono questi “pseudo coach del rimorchio” che propongono strategie come il ghosting o il love bombing.

Spacciano la seduzione come pratica manipolatoria: manipolazione è una parola terribile, pornografica, perché implica l’assenza di affettività, di empatia, vede nell’altro solo una preda. I ragazzi li seguono perché hanno paura dell’incontro reale e della dimensione imprevedibile che lo sguardo dell’altro porta con sé.

Ecco perché per la Gen Z è molto più rassicurante il sexting rispetto a un corteggiamento con grazia ed eleganza nell’incontro reale. Lo schermo funge da scudo rispetto alla vulnerabilità dello sguardo e del corpo». Ciò rende l’educazione sessuo-affettiva, più che un’opzione, una risorsa necessaria.

Non si tratta di apprendere delle tecniche, ma di abitare la complessità, come suggerisce Michel Gondry in Se mi lasci ti cancello, film i cui protagonisti scoprono che resettare il dolore significa cancellare le fondamenta del proprio io.

Rossi insiste sulla necessità di una pedagogia che non abbia paura dell’oscurità: «Disertare l’educazione sentimentale significa non offrire ai ragazzi e alle ragazze spazio per comprendere le trappole dell’amore. Freud sosteneva che dentro di noi alberga Eros ma anche Thanatos. La stessa mano che accarezza può stritolare, aggiungeva Bauman.

Educare significa esplorare insieme ai ragazzi l’empatia, la cura, ma anche quella che io chiamo la maleducazione sentimentale: la gelosia, il controllo ossessivo, la violenza».

La rivoluzione dell’empatia

Se l’amore non s’insegna come un manuale, come s’impara allora? «Io credo s’impari per imitazione e per illuminazione. È l’arte di vedere cosa c’è nell’anima dell’altro, di riconnettersi con la gioia, la paura, la solitudine di chi ci sta accanto. In una società dominata dai selfie, dove lo sguardo è sempre rivolto al culto della propria immagine, l’empatia è la vera rivoluzione».

In questo scenario, il tema del consenso non è un limite alla spontaneità, ma «il naturale approdo di un’anima educata al riconoscimento dell’altro. Non vedo attrito» chiarisce Rossi, ricordando che un altro filosofo e pedagogista, Martin Buber, «ci ha lasciato una lezione d’amore preziosa: per lui esistevano solo due modalità relazionali, l’“Io-Tu”, in cui l’altro viene rispettato in quanto soggetto, e l’“Io-Esso”, in cui l’altro è ridotto a oggetto di consumo, espropriato della sua dignità.

L’amore come relazione, non come possesso

Il corteggiamento è una via legittima di esplorazione purché l’altro sia sempre visto come un Tu da conoscere, scoprire e rispettare, e non un Esso da conquistare, possedere e gettare via.

L’amore è sempre una danza tra due libertà.

Questa immagine aiuta molto i ragazzi: se io ti possiedo, tu non sei più libera di danzare». E se l’amore non è un rompicapo da risolvere in solitudine, è perché esso appartiene a un ordito più vasto, a una responsabilità che ci lega l’un l’altro attraverso i secoli: quest’indagine, che muove dai passi incerti del protagonista di Carlo Verdone e attraversa i poemi di Ovidio per giungere alle distopie tecnologiche, trova forse una composizione in un’intuizione poetica suggerita da Vinicio Marchioni, nel cast – con Isabella Ragonese, Vanessa Scalera e Francesco Colella – di Il Dio dell’amore, film in cui «le singole storie d’amore sono come nodi di una grande tessitura e la salute d’ogni storia ha un impatto sulla qualità dei sentimenti che circolano nella società».

Siamo fibre di un’unica, immensa trama e, in questo mondo che ci vorrebbe infallibili, rivendicare il diritto di rischiare, d’essere maldestri e umani, è l’ultimo atto di resistenza. Cerchiamo istruzioni per l’uso per proteggerci dal naufragio, dimenticando che solo chi accetta l’eventualità di affogare impara davvero a respirare nell’altro.

Vinicio Marchioni in una scena del film "Il dio dell'amore"
Vinicio Marchioni è tra i protagonisti di Il Dio dell’amore, ora al cinema: nella commedia corale diretta da Francesco Lagi il poeta Ovidio segue le sorti di varie coppie nella Roma di oggi. Foto Emanuela Scarpa